Guardo chocolat. L’ho visto molto, molto tempo fa, dovevo essere una ragazzina. Del film ricordavo il volto angelico della binoche e quello ammaliatore di jhonny depp. Una barca. E la cioccolata.
Non ricordavo il finale.
Di questi tempi, è confortante vedere un film sulla diversità. La protagonista principale (sarà poi la binoche?) affronta con grande spirito martiristico e un sorriso implacabile sulle labbra il paese che la addita, la giudica, la crocifigge e la lapida, per poi sederlesi accanto nel giorno della santissima pasqua. Le boicottano le vendite, sfottono la figlia, le sue amicizie e le sue scarpe colorate ("perchè non puoi indossare scarpe nere come tutte le altre mamme?"). Incendiano persino la barca del suo amante per una notte. Per tutto il film, ti fanno disprezzare la mediocrità. Dipingono di nero la figura del credente ad ogni costo, del cattolico immerso nella religione per nascondersi ad altro, della donna che rimane a mantenere in piedi un matrimonio nonostante il marito la umili e la picchi ogni santo giorno. Ti fanno tifare per la vecchia megera del paese, quella a cui la figlia moralista non parla da anni e a cui non permette nemmeno di vedere il nipote. Quando poi la protagonista pricnipale si scopa anche il cattivo e affascinante “topo di fogna” è il culmine dell’essere sfrontatamente e orgogliosamente DIVERSI.
Poi. Poi succede che, quando la stanno per perdere, quando lei sta per arrendersi al fatto che niente cambierà mai, tutti gli altri lo fanno. Cambiano. Gli UGUALI cambiano. E diventano DIVERSI. Anche loro. Mangiano cioccolata. Corteggiano le vedove. Lasciano che i figli mangino gelati e corrano a giocare con la ruota e il bastone, sudando e sporcandosi. Una coppia si ritrova, ricominciando a fare sesso regolarmente. Un’altra si ammicca, da una parte all’altra del tavolo, ripromettendosi in Chocolat2 di scopare come ricci. E persino il prete recita un sermone alternativo per la prima volta, non preparato e controllato dal sindaco del paese. Tecnicamente, improvvisa. Improvvisano tutti.
E lei? È riuscita a far cambiare il paese intero. Ha portato una folata di vento del nord (non era lo stesso con cui arrivava mery poppins?) e li ha cambiati. In meglio. Li ha resi tutti ugualmente diversi. Bellissimo. Ala fine lei decide di restare, invece che partire sempre. Anche lei è cambiata. Ha capito che per essere felice non deve scappare davanti alle difficoltà. Non deve correre via a prendersi cura dei mali di qualcun altro. E lui? Una delle frasi più belle del film era stata la sua risposta alla domanda “e tu? Non pensi mai a mettere radici in qualche posto?”. Eppure. Eppure sul finale torna. torna per restare.
Eppure. eppure? già. eppure! Eppure nei film ci deve essere sempre un lieto fine, non è vero? Altrimenti cosa li guarderemmo a fare? Con il cattivo fine c’è già la vita reale di tutti i giorni. La tv la si accende per sognare. I libri servono per lasciarci immaginare un mondo migliore. Le storie per consolare. Quindi lui torna. Da lei. E lei rimane. Con lui. E il canguro immaginario della figlia se ne va. E le tazze di cioccolata calda sul bancone del bar diventano finalmente tre, invece che solo due.
A questo punto mi chiedo perché. Perché fingono per tutto il film che l'essere diversi sia un bene se poi il finale si traduce comunque nell’essere uguali. Uguali agli altri. Forse sono troppo estrema io nell’interpretazione del finale. o forse vogliamo tutti la stessa cosa. uguali e non uguali. diversi o meno. sembra che non ci siano altri finali possibili e desiderabili che questo: e vissero insieme felici e contenti. Lui smise di girovagare. Lei anche. E si trasformarono in una comunissima normale famiglia mediocre. THE END. Il diverso trasformato in un luogo comune.
Orsù. Aspetto qualcuno che me lo spieghi secondo una visione differente.